La maggioranza degli elettori sta con la destra

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In un articolo uscito pochi giorni fa su Repubblica, Luca Ricolfi propone, nella sua consueta lucida provocazione, l’idea che la supposta maggioranza della destra nel paese sia solamente un artificio contabile, utile alla sinistra per evitare di occuparsi anche di problemi più concreti e materiali di quelli dietro cui è andata in questi anni, i diritti civili innanzitutto, fino a farla diventare una sorta di Partito Radicale di Massa. Una proposta politica che dovrebbe tendere sostanzialmente a due cose, dimenticate da tempo, è cioè, come sottolinea Ricolfi “creare nuovi posti di lavoro (si chiama protezione), e smetterla di offrire non-soluzioni al problema dell’immigrazione incontrollata (si chiama sicurezza).”

C’è ovviamente molto di vero in quello che scrive, prima di tutto rispetto a quel nuovo cleavage di cui ho scritto più volte, tra i cosiddetti perdenti e vincenti della globalizzazione, tale per cui i primi (i meno protetti) votano tendenzialmente a destra in quasi tutte le democrazie occidentali, mentre i secondi, i cittadini più istruiti e relativamente più benestanti, tendono verso sinistra. E recuperare parte dell’elettorato più debole dovrebbe diventare il primo obiettivo, peraltro molto più “semplice” rispetto alle possibilità degli avversari, di tutti i partiti presenti in quell’area.

La cosa però che non convince più di tanto è la considerazione che, attualmente, i rapporti di forza tra l’area di destra e quella di sinistra, a livello elettorale, siano effettivamente bilanciati. Nella realtà contabile, infatti, sommando tutti partiti di destra e/o centro-destra, compresa ItalExit e altre piccole forze politiche, essi rappresentano una maggioranza abbastanza solida nel panorama delle intenzioni di voto attuali, ben superiore al 50% dei voti espressi.

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Dall’altra parte, per arrivare almeno al 45% dobbiamo includere, accanto ai partiti classici di sinistra o centro-sinistra e a tutti i cosiddetti cespugli più o meno centristi (da Calenda a Renzi alla Bonino), anche il Movimento 5 stelle che, al di là delle ipotesi del “campo largo”, certamente di sinistra non è. Sia tra gli eletti che, soprattutto, tra i (pochi) elettori rimasti, tra cui si dichiara tale solamente una quota poco sotto il 40%.

E oltretutto, in una fase attuale, con i pentastellati nell’occhio del ciclone, una ipotesi di coalizione comune con il Pd alle prossime elezioni sarebbe improponibile agli elettori di quel partito. Cosicché, alle consultazioni che si avvicinano sempre più velocemente, le aspettative sono quelle di una larga vittoria del centro-destra, con un numero di seggi parlamentari pari se non superiore al 55% sia alla Camera che al Senato.

Una situazione che imporrebbe (finalmente?) al Partito Democratico e ai suoi alleati un ripensamento globale della propria proposta politica, che in questi ultimi anni si è limitata forse ad essere un partito “responsabile”, ma con scarse capacità progettuali sul prossimo futuro della nostra società.

Paolo Natale è docente alla Facoltà di Scienze Politiche della Statale di Milano e consulente dell’Istituto di ricerca Ipsos.

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