Europa, la nostra malattia

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Giovane e ingenua, mi è capitato di lavorare per la Commissione Europea nell’ambito di un progetto di sviluppo e valorizzazione del sistema Italia: e infatti titolo, sommario, obiettivi dovevano essere rigorosamente scritti in inglese e francese a magnificare l’iniziativa che prevedeva di fare scouting allo scopo di effettuare una identificazione e uno screening di business plan elaborati e proposti da giovani del nostro Mezzogiorno, che volevano implementare il loro sogno di un futuro di imprenditori e manager.

Non era ancora tempo di garage, di start up, si trattava per lo più dell’applicazione di procedure e tecnologie adatte a razionalizzare e meglio commercializzare piccole produzioni agricole e artigianali locali, che così avrebbero potuto avere accesso a fondi comunitari.

Ovviamente i fili erano tenuti a Bruxelles dove svolgevano l’incarico di valutatori un fiammingo, un francese e un olandese particolarmente occhiuti e inflessibili (già a quei tempi si mormorava che i direttore delle fasce di stipendio medio ricevessero emolumenti due volte quelle di analoghi funzionari in Germania,  che il 15 %del loro introiti fosse esentasse  e così via in considerazione della cattiva reputazione che precedeva i nostri prodotti nazionali, di popolo di creativi poeti, ma perseguitati dagli stereotipi delle nostre maschere infingardi, imbroglioncelli, profittatori.

E difatti in mesi e mesi la loro attività di vigilanza più che la qualità dei progetti, funzione largamente negletta, si è esercitata nell’esame attento delle spese che si sostenevano per le azioni in loco, sulla loro congruità, sulle mance – cattiva abitudine italiana – che non dovevano essere calcolate, spulciando inesorabili conti e ricevute con un’applicazione mai così rigorosa quando riguardava i proverbiali costi per alcolici delle cordate anglosassoni, quelli per detersivi consumati nelle foresterie dei begli olandesini, come ha raccontato  Enzensberger in un suo ameno divertissement che ha spaziato tra galline ovaiole e curvatura di banane, temi particolarmente cruciali per l’agenda comunitaria.

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Giovane sì, ingenua sì, ma non tanto da non avere conferma  che questo contatto con una nomenclatura autopromossa all’interno di una enclave chiusa, arroccata e dotata di una legittimazione popolare inesistente, avrebbe dovuto persuadere chiunque che, seppure con anni di ritardo, continuasse a trastullarsi sulla bontà del sogno federale nato in seno a una cerchia aristocratica in quel di Ventotene,  si era tradotto nella realtà angusta  di un apparato burocratico ostile e incompatibile con sovranità, potere  decisionale  e libero spirito di iniziativa dei partner.

Via via tutto è andato ancora più deteriorandosi,  ma già allora e poi a ridosso di Maastricht si capiva che alcuni paesi erano preliminarmente condannati a un ruolo secondario e gregario, che per loro, rispetto alla potenza dominante carolingia, non c’era speranza di riscatto, che i loro progetti e le loro aspettative erano già delegittimate penalizzate  in virtù di pregiudizi e stereotipi impossibili da smantellare. Che la sicumera padronale degli apparatchik, banchieri certo ma anche i burosauri dei faraonici sistemi di gestione e potere avevano da tempo ricevuto il mandato di realizzare una Europa a due livelli e due velocità, dove a essere puniti e criminalizzati sarebbero stati gli stati del Mezzogiorno, moleste e pigre propaggini africane, intrisi come le loro carte e le loro democrazie “socialisteggianti” di principi e valori incompatibili con l’idea di uno sviluppo accelerato   e dissipato, autoritario e repressivo.

Adesso tutto questo impianto mostra la sua natura, quella di una provincia che ha tratto solo debolezza dal conflitto interno, consegnandosi indifesa al padrone che da quasi 80 anni influenza scelte, governi, priorità, cultura, ridotta a scudo umano, capro espiatorio, entità sacrificale anche grazie a  una guerra che mostra di avere come obiettivo di trasformare le sue geografie in trincee, poligoni, campi di battaglia di eserciti che combattono con le armi della rinuncia, dell’espiazione e della penitenza insegnate dal susseguirsi di piaghe tutte riconducibili ai valori e ai canoni dell’austerità, razionamenti, rincari, lockdown, blackout, tagli di bilancio.

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A questo serviva il grande impianto delle privatizzazioni, un disegno nato tanti anni fa e che adesso mostra di aver prefigurato le istanze del Grande Reset, a questo serviva il commissariamento dei riottosi, a questo serviva l’assunzione a pineo tempo nelle file neoliberiste del personale politico della sinistra progressista e di governo   che dimostrano una volta per tutte che cosa fossero davvero le loro riforme, se non nell’accumulo nelle mani di pochi delle risorse appartenenti a tutti, sovvertendo il significato del termine per produrre effetti impopolari, volti alla massima estensione e concentrazione della proprietà pubblica e privata.

Non a caso si chiamano riforme quelle pretese per la concessione del prestito esoso del racket degli strozzini, detto Pnrr, Cartabia, ammortizzatori sociali, riduzione all’osso di aiuti e reddito di cittadinanza, semplificazioni utili a smantellare il sistema dei controlli e della sorveglianza sulle opere e sulla manutenzione del territorio.

Tutto è ancora più facile adesso che è crollato nell’ignominia uno dei pilastri della narrazione europea, quello di una superpotenza generosa e forte tanto da garantire anni e anni di pace, narrazione contraddetta da una guerra condotta nel suo stesso cuore e accompagnata da partecipazioni cruente e sanguinose in campagne e incursioni in appoggio all’esercito imperiale. Ma al tempo stesso ne sono caduti altri di miti, basta pensare al compiacimento per l’opportunità di spostarsi senza confini, cancellata da green pass e sistemi di controllo digitale,  o quello del contrasto alle  lobby diventato una crociata interna condotta da bande, o per  la trasparenza diventata un velo calato su discrezionalità arbitrarie esercitate da giganti farmaceutici, della comunicazione, energetici e finanziari.

Quello che dovrebbe umiliarci di più e che quella che pareva una divinità a due facce assisa in quel di Bruxelles, con le sue luci e ombre, si mostra per quel che è, un simulacro che si autocompiace di racconti e sopravvive virtualmente grazie a riconoscimenti del padrone d’oltre oceano che li concede in cambio dell’immolazione delle sue genti, della loro retrocessione a eserciti disarmati per armare fantocci più graditi, impoverite per lasciare margini di guadagno ai suoi tycoon e despoti.

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Ormai è chiaro, è l’Europa la nostra malattia.

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