L’errore politico dell’ex premier, che non è riuscito a istituzionalizzare il Movimento e ne ha «consumato il brand» portandolo alla sua fase terminale. Intervista a Massimiliano Panarari

«Conte ha giocato secondo i criteri del proprio ambito professionale: è stato il curatore fallimentare del Movimento 5 Stelle». L’immagine è chiara, esprime ciò che in altro modo non si riesce a dire, ma coglie il segno il professor Massimiliano Panarari, sociologo della comunicazione, riconosciuto esperto in materia, editorialista della Stampa e volto noto al grande pubblico televisivo italiano. Nel trambusto di queste ore, in un clima di glaciazione della politica opposto alla canicola di piena estate con il relativo apparato pubblicitario moltiplicatore degli effetti, ci interessava capire qualcosa in più dell’universo dei Cinque Stelle alla luce della deflagrazione del governo Draghi scatenata proprio dal “la” alla crisi suonato da Conte. Tempi si è rivolto a chi da tempo studia il fenomeno.

Professore, partiamo anche stavolta dalla famosa scatoletta di tonno da aprire, dallo “1 vale 1” e via elencando. L’estetica della comunicazione politica in casi come questi ne ha di lavoro da sopportare. Qual è il suo giudizio?
«Quel che le posso dire a primo acchito è che di comunicativo in senso stretto c’è stato ben poco nell’ultima fase dei 5s. E’ stato molto più “politico” – lo metterei tra virgolette – il percorso seguito dall’ex presidente del Consiglio che guida il movimento. Come tutte le cose, ciò ha determinato delle conseguenze».

Presumo negative visto come è andata a finire
«Sì, è del tutto evidente. Il problema è la grandissima confusione che, in radice, caratterizza quella forza politica. La sua cifra è sempre stata quella del paradosso e della contraddizione, una condizione strutturale che si trascina dalla nascita e che è stata manifestata in mille modi nel corso di questi anni, per poi deflagrare con la gestione di Giuseppe Conte».

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Lo considera responsabile, vittima o un po’ tutte e due le cose?
«Guardi, Giuseppe Conte ha compiuto il marchiano errore di trasformare la lotta politica in una personalizzazione dello scontro tra lui e Mario Draghi, era palpabile la sensazione che i termini fossero divenuti quelli a dispetto degli elenchi di punti politici da soddisfare. Poi hanno giocato un ruolo decisivo l’immaturità politica e una certa propensione all’equilibrismo, chiamiamolo così.  Insomma, fare il “Camaleconte” non ha portato bene, né a lui né al Movimento 5 Stelle».

Per non dire all’Italia…
«Il M5S non è riuscito né a “partitizzarsi” né a istituzionalizzarsi, è rimasto fermo nella sua contraddizione congenita. Ovvio che il Paese ne subisca gli effetti».

Poteva andare diversamente tenuto conto delle premesse?
«Non credo, certe qualità originarie spiegano l’iniziale successo ma al tempo stesso ne condizionano esiti e destini. Il fenomeno, del resto, lo osserviamo da tempo».

Lo aveva capito giocando d’anticipo Luigi Di Maio?
«Al netto di una forte dose di opportunismo che in politica non è categoria biasimevole come sarebbe, invece, nelle relazioni umane e personali, la strada scelta dal ministro degli Esteri è sicuramente quella di una necessaria istituzionalizzazione. Quanto potrà giovargli, al momento, nessuno è in grado di dirlo con sufficiente chiarezza».

Tornando a Giuseppe Conte, a suo modo protagonista dell’innesco critico del governo Draghi, lei considera recuperabile la credibilità, ove vi sia mai effettivamente stata, del Movimento 5 stelle?
«A giudicare da quanto detto da Beppe Grillo su Mario Draghi, si capisce che a regnare ancor più di prima è il caos, oserei dire identitario del Movimento, con gli inevitabili riflessi sul panorama politico complessivamente inteso. Conclusa la fase iniziale del partito bi-personale Grillo/Casaleggio, della dimensione tecnologica della rete comunicativa, delle cosiddette assemblee permanenti, del dominio del web e tutto quel populismo narrativo che abbiamo conosciuto in questi anni, direi che siamo alla fase terminale».

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Sì, ma le chiedevo ancora di Giuseppe Conte e della sua gestione recente
«Ha consumato un brand, per usare un linguaggio d’attualità, e quando un marchio lo consumi e sciupi in questo modo non credo ci siano possibilità di ripresa. All’inizio i 5 Stelle giocavano sulla memoria corta dell’elettore, che però in situazioni come quelle determinatesi negli ultimi anni non sarà più tanto corta al prossimo appuntamento elettorale».

La considera finita?
«Direi di sì, poi certo tutto può accadere nel nostro Paese. Quel che posso aggiungere su Conte è che non mi parso adeguato alle sfide, non ha le caratteristiche del leader né istituzionale né movimentista delle origini, per la qual cosa i ranghi sono già occupati da figure come Virginia Raggi e Alessandro Di Battista, vedremo».

Del discorso di Mario Draghi che pensa?
«Ha chiesto in maniera autentica una maggiore agibilità politica, non credo potesse fare diversamente. Certo non ha giovato la sua caratteristica personale di uomo riservato, abituato a usare poche parole perché sa che le parole, specie in ambienti finanziari e internazionali, pesano come macigni e scatenano uragani sui mercati. Quando doveva comunicare lo faceva male, quando non doveva lo ha poi fatto in modo forse ingenuo. Gli errori comunicativi sono insidiosi. Certo, ha giocato anche una sorta di induzione all’inciampo, probabilmente ispirata dal suo staff».