1983 – Attentato a Rocco Chinnici, magistrato vittima di mafia

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Rocco Chinnici (Misilmeri19 gennaio 1925 – Palermo29 luglio 1983) è stato un magistrato italiano.

Il suo nome è legato all’idea dell’istituzione del “pool antimafia“, che diede una svolta decisiva nella lotta contro Cosa nostra, ambito in cui viene considerato una delle personalità più importanti, insieme ai colleghi ed amici Antonino CaponnettoGiovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Biografia

La formazione e l’ingresso in magistratura

Fu alunno del Liceo Classico Umberto I di Palermo. Dopo i bombardamenti alleati che sconvolsero Palermo, ultimò gli studi liceali percorrendo a piedi quotidianamente il tratto di strada che separava Misilmeri, dove viveva, da Palermo, perché la ferrovia era ormai inutilizzabile. Conseguì la maturità nel 1943. Si iscrisse poi alla Facoltà di Giurisprudenza dell’ateneo della stessa città e si laureò il 10 luglio 1947. Durante gli studi, per alleviare l’impegno economico sostenuto dalla famiglia, aveva lavorato all’ufficio del registro di Misilmeri. Qui conobbe anche Agata Passalacqua, giovane docente di scuola media che sarebbe poi divenuta sua moglie.

Entrò nella magistratura italiana nel 1952, avendo come prima destinazione il tribunale di Trapani come uditore giudiziario. In seguito fu pretore a Partanna, dal 1954 al 1966, anno in cui pervenne a Palermo, ove il 9 aprile prese servizio presso l’Ufficio Istruzione del Tribunale, nel ruolo di giudice istruttore.

Nel 1970 gli fu assegnato il caso della cosiddetta “strage di viale Lazio“, in cui figuravano molti nomi di criminali di mafia destinati a successiva maggior notorietà. Nel 1975, giunto al grado di magistrato di Corte d’Appello, fu nominato Consigliere Istruttore Aggiunto. Divenne magistrato di Cassazione e Consigliere Istruttore dopo altri quattro anni e come tale, in quel 1979 in cui fu ucciso Cesare Terranova, fu chiamato alla carica di dirigente dell’Ufficio in cui già lavorava sull’onda dell’emozione per quel delitto “eccellente”.

La lotta a Cosa nostra e il pool antimafia

Altri omicidi seguirono non molto tempo dopo, nel 1980, quando Cosa nostra uccise il capitano dell’Arma dei Carabinieri Emanuele Basile (4 maggio) e il procuratore Gaetano Costa (6 agosto), amico di Chinnici, con cui aveva condiviso indagini sulla mafia, i cui esiti i due giudici si scambiavano in tutta riservatezza dentro un ascensore di servizio del palazzo di Giustizia. Dopo questo omicidio Chinnici ebbe l’idea di istituire una struttura collaborativa fra i magistrati dell’Ufficio (poi nota come pool antimafia), conscio che l’isolamento dei servitori dello stato li espone all’annientamento e li rende vulnerabili, in particolare i giudici e i poliziotti poiché, uccidendo chi indaga da solo, si seppellisce con lui anche il portato delle sue indagini.

Entrarono a far parte della sua squadra alcuni giovani magistrati fra i quali Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Con quest’ultimo condivideva il giorno di nascita, il 19 gennaio. Altro avrebbe legato le tre figure qualche anno dopo. Disse Chinnici in un’intervista:

«Un mio orgoglio particolare è una dichiarazione degli americani secondo cui l’Ufficio Istruzione di Palermo è un centro pilota della lotta antimafia, un esempio per le altre magistrature d’Italia. I magistrati dell’Ufficio Istruzione sono un gruppo compatto, attivo e battagliero»

Tra le indagini più delicate di quel periodo, vi fu la cosiddetta “inchiesta Spatola”, che riguardava una pericolosa banda di trafficanti internazionali di eroina ed era scaturita dai mandati di cattura che costarono la vita al procuratore Costa: Chinnici non esitò ad affidare l’indagine a Falcone, il quale avviò rivoluzionarie verifiche bancarie sui movimenti di denaro sporco e sulle misteriose relazioni dei trafficanti con il bancarottiere Michele Sindona. Chinnici coordinò anche le scottanti inchieste sui “delitti politici” del segretario provinciale della DC Michele Reina, del Presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella, del segretario regionale del PCI Pio La Torre e del Prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa.

Nel luglio 1982, sulla scrivania di Chinnici arrivò il cosiddetto “Rapporto dei 162” (Greco Michele + 161), redatto congiuntamente da Polizia e Carabinieri che metteva in luce, per la prima volta, gli schieramenti mafiosi coinvolti nella seconda guerra di mafia allora in corso, sia i gruppi “perdenti” (la fazione BontateInzerilloBadalamenti) che “vincenti” (i Corleonesi di Totò Riina), e i relativi omicidi con scrupolose verifiche e riscontri, ottenuti anche servendosi di preziosi “confidenti”: Chinnici decise di affidare l’istruttoria riguardante le indagini basate sul Rapporto sempre al giudice Falcone e il risultato di tale imponente lavoro sarà il primo grande processo a Cosa nostra, il cosiddetto maxi processo di Palermo. Sulla base delle risultanze del Rapporto dei 162, Chinnici avrebbe voluto emettere un mandato di cattura per associazione mafiosa nei confronti dei potenti imprenditori Nino ed Ignazio Salvo ed espresse tale volontà ad alcuni suoi collaboratori (i funzionari di polizia Ninni Cassarà e Francesco Accordino e il capitano dei carabinieri Angiolo Pellegrini) ma Falcone si oppose, affermando che occorrevano più prove per procedere all’arresto.

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L’attività culturale

Chinnici partecipò in qualità di relatore a molti congressi e convegni giuridici e socioculturali, e credeva nel coinvolgimento dei giovani nella lotta contro la mafia, recandosi nelle scuole per parlare agli studenti della mafia e del pericolo della droga. Questo pericolo ebbe ad esplicitare poco prima di morire, in una nota intervista a I Siciliani di Pippo Fava:

«[s]ono i giovani che dovranno prendere domani in pugno le sorti della società, ed è quindi giusto che abbiano le idee chiare. Quando io parlo ai giovani della necessità di lottare la droga, praticamente indico uno dei mezzi più potenti per combattere la mafia. In questo tempo storico infatti il mercato della droga costituisce senza dubbio lo strumento di potere e guadagno più importante. Nella sola Palermo c’è un fatturato di droga di almeno quattrocento milioni al giorno, a Roma e Milano addirittura di tre o quattro miliardi. Siamo in presenza di una immane ricchezza criminale che è rivolta soprattutto contro i giovani, contro la vita, la coscienza, la salute dei giovani.
Il rifiuto della droga costituisce l’arma più potente dei giovani contro la mafia»

In altra occasione aveva detto:

«Parlare ai giovani, alla gente, raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi […] fa parte dei doveri di un giudice. Senza una nuova coscienza, noi, da soli, non ce la faremo mai»

Fu anche uno studioso del fenomeno mafioso, del quale diede in più occasioni definizioni molto decise. Nella sua relazione sulla mafia tenuta nell’incontro di studio per magistrati organizzato dal Consiglio Superiore della Magistratura a Grottaferrata il 3 luglio 1978 così si era espresso:

«Riprendendo il filo del nostro discorso, prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione, non era mai esistita in Sicilia»

e più oltre aggiunge:

«La mafia […] nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia»

Più tardi, nella detta intervista a I Siciliani, approfondì la definizione:

«La mafia è stata sempre reazione, conservazione, difesa e quindi accumulazione della ricchezza. Prima era il feudo da difendere, ora sono i grandi appalti pubblici, i mercati più opulenti, i contrabbandi che percorrono il mondo e amministrano migliaia di miliardi. La mafia è dunque tragica, forsennata, crudele vocazione alla ricchezza. […] La mafia stessa è un modo di fare politica mediante la violenza, è fatale quindi che cerchi una complicità, un riscontro, una alleanza con la politica pura, cioè praticamente con il potere. Se lei mi vuole chiedere come questo rapporto di complicità si concreti, con quali uomini del potere, con quali forme di alleanza criminale, non posso certo scendere nel dettaglio. Sarebbe come riferire della intenzione o della direzione di indagini»

In una delle sue ultime interviste, Chinnici disse:

«La cosa peggiore che possa accadere è essere ucciso. Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia scorta. Per un Magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare»

L’attentato e la morte

Rocco Chinnici fu ucciso alle 8 del mattino del 29 luglio 1983 con una Fiat 126 verde, imbottita con 75 kg di esplosivo parcheggiata davanti alla sua abitazione in via Giuseppe Pipitone Federico a Palermo, all’età di cinquantotto anni. Ad azionare il telecomando che provocò l’esplosione fu Antonino Madonia, boss di Resuttana, che si trovava nascosto nel cassone di un furgone rubato parcheggiato nelle vicinanze di via G. Pipitone Federico. Accanto al suo corpo giacevano altre tre vittime raggiunte in pieno dall’esplosione: il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi e l’appuntato Salvatore Bartolotta, componenti della scorta del magistrato, e il portiere dello stabile di via Pipitone Federico in cui Chinnici viveva, Stefano Li Sacchi. L’unico superstite fu l’autista Giovanni Paparcuri, che riportò gravi ferite. I primi ad accorrere sul teatro della strage furono due dei figli di Chinnici, Elvira e Giovanni, rispettivamente di 24 e 19 anni, che erano in casa al momento dell’esplosione.

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Il “diario” di Chinnici

Dopo la strage di via Pipitone Federico, i familiari del giudice Chinnici trovarono tra le sue carte un’agenda su cui erano annotati una serie di pensieri, appunti e considerazioni in merito alle situazioni che viveva, in particolare riguardanti l’ambito della sua vita professionale: si leggevano commenti molto pesanti soprattutto sull’attività dei colleghi della Procura di Palermo (Giovanni Pizzillo, Ugo Viola, Francesco Scozzari e Vincenzo Pajno), accusati addirittura da Chinnici di complicità con ambienti mafiosi e di ostacolare le indagini del suo ufficio. La famiglia consegnò il “diario” alla Procura di Caltanissetta, che si occupava delle indagini sulla strage, che a sua volta lo trasmise al Consiglio Superiore della Magistratura, la quale aprì un procedimento nei confronti dei magistrati citati. Falcone, convocato in audizione davanti al CSM, affermò:

«Il collega Chinnici prendeva appunti su tutti gli episodi che gli apparivano inconsuenti e questo perché temeva che le persone che potessero volere la sua morte avrebbero potuto annidarsi anche all’interno del palazzo di giustizia. Egli mi sollecitava a fare altrettanto, dicendomi che in caso di una mia morte violenta gli appunti avrebbero potuto costituire una traccia per risalire agli assassini…»

La pubblicazione di ampi stralci del “diario” sulla stampa causò numerose polemiche, con conseguente imbarazzo e preoccupazione nelle Istituzioni e negli uffici giudiziari coinvolti. Infine nel settembre 1983 il CSM chiuse il caso, disponendo il trasferimento d’ufficio nei confronti del solo Scozzari, che invece preferì dimettersi spontaneamente dalla magistratura.

Le indagini e i processi

Il primo processo

Le prime indagini sulla strage di via Federico Pipitone vennero condotte dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta, guidata dal procuratore capo Sebastiano Patané, e si basarono sulle confidenze di un informatore, il narcotrafficante libanese Bou Chebel Ghassan, che pochi giorni prima dell’attentato aveva avvertito il vicequestore Tonino De Luca che sarebbero stati uccisi con autobomba l’alto commissario Emanuele De Francesco o un giudice impegnato in indagini antimafia; Ghassan rivelò ai giudici che la fonte delle sue confidenze furono due commercianti palermitani, Vincenzo Rabito e Pietro Scarpisi, e un loro accompagnatore, un certo Pippo o Michele (mai identificato), che lo contattarono a Milano per comprare armi ed esplosivo necessari per compiere la strage e che i mandanti erano i Greco di Ciaculli-Croceverde Giardina.

Il 5 dicembre 1983, a pochi mesi di distanza dalla strage, si aprì il processo di primo grado presso la Corte d’assise di Caltanissetta, presieduta dal giudice Antonino Meli, che vedeva imputati i fratelli Salvatore e Michele Greco, soprannominati rispettivamente “il Senatore” e “il Papa”, e il loro cugino omonimo Salvatore Greco detto “l’Ingegnere” (accusati di essere i mandanti, ma assenti al processo perché latitanti), Pietro Scarpisi e Vincenzo Rabito (indicati come esecutori materiali) e Bou Chebel Ghassan. Il 24 luglio 1984, dopo otto mesi e 113 udienze, il dibattimento si concluse con la condanna all’ergastolo per i fratelli Greco mentre Scarpisi e Rabito vennero condannati a quindici anni di reclusione per associazione mafiosa e assolti con formula piena dal reato di strage; il libanese Ghassan e Salvatore Greco “l’Ingegnere” furono invece assolti per non aver commesso il fatto.

Durante il processo d’appello vennero sentiti anche i nuovi collaboratori di giustizia Tommaso BuscettaSalvatore ContornoStefano Calzetta e Angelo Epaminonda, i quali testimoniarono sul ruolo di vertice nell’organizzazione mafiosa dei fratelli Greco. Infine il 14 giugno 1985 la Corte d’assise d’appello di Caltanissetta, presieduta dal giudice Antonino Saetta (anche lui successivamente ucciso, insieme al figlio Stefano, in un attentato il 25 settembre 1988), confermò l’ergastolo per i fratelli Greco e l’assoluzione di Ghassan e Greco “l’Ingegnere” ma condannò Scarpisi e Rabito a ventidue anni per concorso in strage.

Il 3 giugno 1986 la prima sezione penale della Cassazione, presieduta dal giudice Corrado Carnevale, annullò le condanne d’appello per vizi nella motivazione e stabilì che la Corte d’assise d’appello di Catania avrebbe dovuto celebrare il nuovo processo di secondo grado, nonostante il sostituto procuratore generale Antonino Scopelliti avesse invece chiesto la conferma delle condanne.

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Nel febbraio 1987 si aprì il secondo processo d’appello presso la Corte d’assise d’appello di Catania, presieduta dal giudice Giacomo Grassi. In aula era presente anche l’imputato Michele Greco (il cui arresto ne aveva interrotto da pochi giorni la latitanza) che, interrogato dalla Corte, negò di conoscere Rabito e Scarpisi (da lui definiti “due poveracci“), accusando il libanese Ghassan di mentire; in aula venne interrogato anche Ghassan, che con una lettera aveva ritrattato le accuse per poi riconfermarle, affermando di aver paura di essere ucciso in carcere; inoltre a marzo la Corte si recò in trasferta negli Stati Uniti per ascoltare nuovamente i collaboratori Buscetta e Contorno. Infine il 2 luglio 1987 la Corte d’assise d’appello di Catania confermò le condanne del precedente processo d’appello di Caltanissetta. Ma il 18 febbraio 1988 le Sezioni unite penali della Cassazione, presiedute da Ferdinando Zucconi Galli Fonseca, annullarono la sentenza emessa di giudici di Catania nella parte relativa all’accusa e disposero un nuovo giudizio, il terzo, dinanzi alla Corte d’assise d’appello di Messina.

Il 21 dicembre 1988 la Corte d’assise d’appello di Messina, presieduta dal giudice Giuseppe Recupero, assolse per insufficienza di prove i fratelli Greco, Rabito e Scarpisi dal reato di strage ma li condannò per associazione mafiosaMichele Greco a dodici anni di reclusione e il fratello Salvatore a dieci anni come capi dell’associazione, mentre Rabito e Scarpisi furono condannati a cinque anni e dieci mesi in quanto affiliati all’associazione medesima. Il 9 gennaio 1990 la quinta sezione penale della Cassazione, presieduta da Raffaele Dolce, rese definitive le assoluzioni di tutti e quattro gli imputati dall’imputazione di strage.

Inchiesta sull'”aggiustamento” del processo d’appello

Il 4 agosto 1995 la Procura di Reggio Calabria aprì un nuovo filone d’inchiesta che riguardava però la sentenza di assoluzione per la strage emessa dalla Corte d’appello di Messina: sulla base di dichiarazioni dei collaboratori di giustizia messinesi Paolo Samperi, Paolo De Francesco e Umberto Santacaterina, vengono emessi avvisi di garanzia nei confronti del giudice Giuseppe Recupero, dell’ex ministro della Difesa Salvo Andò e dell’ex presidente della Regione siciliana Giuseppe Campione, che sarebbero intervenuti per “aggiustare” il processo e favorire l’assoluzione degli imputati. Nel 1998 il gip di Reggio Calabria si dichiarò incompetente e trasmise gli atti alla Procura di Palermo, dove l’inchiesta si arenò.

Il processo “Chinnici-bis”

Nel 1996 le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Calogero Ganci, Francesco Paolo Anzelmo, Giovan Battista Ferrante, Giovanni Brusca e Francesco Di Carlo indussero la Procura di Caltanissetta a riaprire le indagini sulla strage di via Pipitone Federico: per queste ragioni, nel 1998 vennero rinviati a giudizio i boss Salvatore RiinaBernardo ProvenzanoRaffaele Ganci, Salvatore Buscemi, Antonino GeraciGiuseppe CalòFrancesco MadoniaSalvatore e Giuseppe Montalto, Matteo Motisi e Giuseppe Farinella (accusati di essere i mandanti della strage in quanto membri della “Commissione” provinciale di Cosa Nostra) ma anche Antonino Madonia, Calogero e Stefano Ganci, Vincenzo Galatolo, Giovanni Brusca, Giovan Battista Ferrante e Francesco Paolo Anzelmo (accusati di essersi occupati della fase esecutiva dell’attentato, dalla preparazione dell’autobomba fino all’azionamento del telecomando che provocò l’esplosione): secondo le dichiarazioni di questi collaboratori, la strage venne compiuta per “fare un favore a degli amici”, cioè ai potenti cugini Nino e Ignazio Salvo, sfiorati dalle indagini di Chinnici.

Nel 2000 la Corte d’assise di Caltanissetta condannò all’ergastolo Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Raffaele e Stefano Ganci, Salvatore Buscemi, Antonino Geraci, Giuseppe Calò, Antonino e Francesco Madonia, Salvatore e Giuseppe Montalto, Matteo Motisi, Giuseppe Farinella e Vincenzo Galatolo mentre i collaboratori Giovanni Brusca, Giovan Battista Ferrante, Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci vennero condannati a diciotto anni di carcere ciascuno. Nel giugno 2002 la Corte d’assise d’appello di Caltanissetta modificò leggermente la sentenza di primo grado: vennero confermate le condanne all’ergastolo per Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Stefano e Raffaele Ganci, Salvatore Buscemi, Antonino Geraci, Giuseppe Calò, Antonino e Francesco Madonia, Salvatore e Giuseppe Montalto e Vincenzo Galatolo ma vennero assolti Matteo Motisi e Giuseppe Farinella; i collaboratori Francesco Paolo Anzelmo e Giovanni Brusca ricevettero pene tra i quindici e i sedici anni mentre furono confermati i diciotto anni per Calogero Ganci e Giovan Battista Ferrante. Nel novembre 2003 la Cassazione confermò la sentenza d’appello.

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