La sfida fra le grandi potenze non è mai stata così instabile

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Mentre la subalternità strategico-militare dell’Europa svuota di potere il Vecchio Continente, gli Stati Uniti stanno perdendo il loro ruolo guida. La coppia sino-russa ne approfitta per rovesciare l’ordine globale. La dipendenza economica della Cina invalida il desiderio di supremazia di Pechino

Il maltempo è un fenomeno di venti e piogge più o meno intensi generato solitamente dalla bassa pressione. La metafora metereologica descrive bene la situazione mondiale odierna: piena di vuoti di potere paragonabili alla bassa pressione, nei quali venti e piogge geopolitiche imperversano, fino al ritorno di nuovi equilibri equiparabili all’alta pressione.

Strategicamente parlando, appare evidente il vuoto di potere in Europa che la guerra in Ucraina ha evidenziato, invero già risalente al collasso dell’Unione Sovietica (Urss) e del blocco degli stati socialisti. Allora, si parlò di vittoria dell’Occidente nel lungo conflitto tra Urss e Stati Uniti, come se ci fosse stata una vera e propria terza guerra mondiale.

Contemporaneamente, nei paesi dell’Occidente europeo è sorto un movimento di opinione che, partendo dalla fine della minaccia sovietica, riteneva sufficiente l’ombrello americano e la garanzia della Nato. Senza porsi il problema di una propria autosufficienza in campo militare, e anteponendo al timore di potenziali crisi la formula del benessere sociale, della stabilità e dello sviluppo economico.

Rei di aver dimenticato il noto brocardo latino «si vis pacem, para bellum», gli europei si sono cullati nella convinzione che per risolvere le controversie internazionali bastasse buona volontà condita da sostanziosi aiuti finanziari e commerciali. Non riconoscendo che gli strumenti diplomatici o le tregue armate sarebbero stati insufficienti a porre fine ai nazionalismi regionali o a secoli di conflitti a sfondo etnico-religioso. I casi di Kosovo e Sudan servano da esempio.

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Anche la formula secondo cui gli accordi di saggezza negoziale sarebbero stati un mezzo per chiudere i conflitti non regge la prova della realtà. La prima e la seconda guerra mondiale ebbero come unica parola d’ordine la resa incondizionata del nemico, e il fallimento di ogni tentativo di pace fu bollato come vero e proprio tradimento. Plastica manifestazione fu il vano sforzo di porre fine alla Grande Guerra compiuto da Benedetto XV attraverso un accordo fra i belligeranti.

Altra zona di «bassa pressione» è quella rappresentata dall’idea, priva di fondamento, di un mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti. Si tratta, in realtà, di un condominio che è stato prima russo-americano, e ora è sino-americano. Di più. L’amministrazione di Joe Biden rappresenta oggi il vuoto di potere statunitense. Il dubbio linguaggio diplomatico del presidente americano varia da toni quasi «trumpiani» a forti accenti nazionalisti. In contrapposizione non tanto alla Cina, quanto alla Russia, la quale probabilmente non avrebbe inviato nemmeno un soldato oltre il confine ucraino senza l’appoggio di Pechino.

Unendo l’incertezza americana alla debolezza europea, Russia e Cina hanno lanciato una sfida globale che ha una specifica declinazione valutaria per quanto riguarda gli scambi internazionali. Ma poiché l’80% del loro volume resta dominato da dollaro, yen e sterlina, l’iniziativa sino-russa sembra più un manifesto propagandistico per i paesi poveri, i quali peraltro non riceverebbero alcun vantaggio dal vedere i propri pagamenti effettuati in yuan e rubli.

D’altro canto, se la Cina è da considerarsi la «fabbrica del mondo», il suo successo è imputabile ai mercati dei paesi occidentali, Stati Uniti ed Europa su tutti. La pretesa sinica di una supremazia globale anche in campo strategico-militare è quindi in palese contraddizione con un accordo non scritto di cooperazione economica, impraticabile in caso di conflitto aperto. Ad esempio a Taipei, dove un finto incidente militare come l’abbattimento di un jet cinese da parte di presunti caccia taiwanesi, potrebbe innescare un’escalation cui Stati Uniti e alleati non potrebbero sottrarsi, e la cui prima conseguenza sarebbe il boicottaggio dei prodotti made in China.

Come nelle partite a scacchi, anche nelle sfide geopolitiche quasi sempre c’è un vinto ed un vincitore. Non ci resta che auspicare l’ipotesi di un «arrocco» che segnerebbe la fine di un periodo di ostilità senza vinti né vincitori.

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Da ultimo, va segnalata l’assenza di una parola delle autorità spirituali (a partire dal Vaticano), che rimarchi il diffuso cinismo davanti alle vittime innocenti di innumerevoli conflitti a bassa e alta intensità. Le cariche religiose si schierano sempre più spesso non a difesa di valori inalienabili come i diritti dell’uomo, ma piuttosto in base a logiche nazionalistiche.

È quindi più che mai necessaria una visione d’insieme che prefiguri un domani alla crisi in atto a partire dalla comprensione delle reciproche posizioni, senza cadere nella spirale dei rispettivi «non possumus». Le questioni di principio, per quanto nobili, sono sempre premessa di conflitti e non strumenti per la loro soluzione.

Se ci appellassimo alla speranza piuttosto che alla razionalità, due conferenze permanenti sarebbero auspicabili. La prima dovrebbe focalizzarsi sull’area euro-mediterranea e ospitare i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La seconda dovrebbe concentrarsi sull’area dell’Indo-Pacifico. La missione? Regolare le controversie territoriali, nonché i logici corollari economici e strategici, con lo strumentario proprio dell’arbitrato internazionale.

Si tratterebbe, forse, non di una extrema ratio per evitare conflitti disastrosi, ma dell’inizio di una vera cooperazione internazionale volta alla stabilità e lo sviluppo, all’insegna di un negoziato win-win.

Carta di Laura Canali - 2022
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