Storia


Dante Alighieri, giovane tra i giovani

Questa è una rilettura moderna dell’opera dantesca, in occasione del 7 secolo dalla sua morte, avvenuta nel 1321. Fra l’altro si narra la vicenda di Alfredo Sole, giovane mafioso in carcere con il 41bis che nel 1997 decide di impiccarsi in cella, ma l’occhio gli cade su una copia della Divina Commedia e comincia a leggere. Da quel momento la sua vita cambia e non solo rinuncia al suicidio ma si trasforma in un uomo nuovo.

Una notte è tutto pronto, ha già scritto una lettera dove spiega come si sente e perché ha deciso di compiere quel gesto. Capisce che farà soffrire i suoi familiari ancora una volta, ma non riesce a scrollarsi dalla testa il pensiero ipnotico della morte. Alfredo fuma una sigaretta, aspirandola con gusto. Ecco, tra poco passerà l’ultima conta, poi, una volta partite le guardie, porterà finalmente a termine il suo progetto suicida. Aspetta, fuma, aspetta. L’occhio gli cade sul tavolo. Ci sono dei libri che gli ha mandato la famiglia. Ha letto tanto, in questi anni di non vita. Ma questo libro, questo no, non ci è riuscito. Tempo fa lo ha aperto per un attimo, ma ha dovuto subito richiuderlo. Non ci capiva niente. Chissà perché glielo hanno mandato… Distrattamente, lo riapre. Comincia così Nel mezzo del cammin di nostra vita… Più volte ho sentito il professor Massimo Arcangeli ripetere, con il suo piglio divertito e carismatico, che Dante è pop. Popolare. Giusto: come dice l’illustre professore, Dante utilizza per lo più (e qui Arcangeli porta come esempio l’inizio del I canto dell’Inferno, incipit generale dell’opera) parole che tutti ancora oggi sono in grado di comprendere. D’altra parte a Dante si attribuisce da sempre il titolo di padre della lingua italiana e anche Petrarca lo definì dux nostri eloquii vulgaris. Sin dall’inizio infatti gli ammiratori della Commedia erano spesso anche persone di cultura non raffinata, di basso strato sociale; eppure, come ricordava Petrarca un po’ schizzinoso, mandavano a memoria la Commedia, la recitavano per le strade di Toscana e d’Italia. Forse anche per questo l’opera di Dante non è morta, e la sua lingua sta – qui ed ora – in mezzo a noi, con tutta la sua potenza comunicativa. Non solo Dante usa parole che sono ancora oggi parte della lingua italiana nel suo uso più corrente, ma anche quando genera neologismi e perfino parole che non hanno più riscontro nell’italiano dei secoli successivi, esse hanno un forte potere evocativo, la capacità di graffiarci dentro, e se anche non comprendiamo facilmente il significato dei singoli lemmi, sono le loro radici, o è la forza dei suoni di cui si compongono, a darci con chiarezza il senso dell’insieme. Dante è vivo. Dante ci parla.

Stefania Meniconi è nata a Foligno. Laureata in lettere alla Sapienza di Roma, è stata allieva, tra gli altri, di Alberto Asor Rosa, di Ignazio Baldelli e di Luca Serianni. Dal 2012 collabora con la Gazzetta di Foligno, per la quale ha tenuto una rubrica riguardante le rappresentazioni del mondo giovanile nella musica e nella letteratura e in seguito si è occupata di recensioni. Insegnante di liceo, da anni sperimenta l’attualità di Dante presso le nuove generazioni. Con i suoi studenti è intervenuta alla Festa di scienza e filosofia (Foligno) nelle edizioni 2015, 2016, 2018; Futura Festival (Civitanova Marche) edizione 2015; Anticontemporaneo (Cassino) edizione 2016.


Una feroce compassione

L’Olocausto sofferto dalla Mongolia non è ben conosciuto e studiato in Occidente. Il 4 febbraio 1921, Urga, la capitale della Mongolia, fu occupata da un esercito composto da zaristi russi e mongoli, guidati dal barone Roman von Ungern-Sternberg. Liberarono il Bogd Khan dal Monastero di Manjusri, sterminando la guarnigione cinese. Successivamente, a causa delle azioni di Ungern-Sternberg, alcune unità dell’esercito sovietico invasero la Mongolia e presero Urga, il 6 luglio 1921. Fucilarono Ungern-Sternberg il 15 settembre 1921, mentre tentava una ritirata in Tibet, su invito del Dalai Lama. Nel 1924 gli aguzzini bolscevichi diedero inizio all’Olocausto mongolo, radendo al suolo i monasteri, bruciando antiche biblioteche dedicate allo studio del pensiero buddista, fucilando migliaia di lama, distruggendo preziose opere d’arte sacra.

Quegli assassini non riuscirono a trovare e distruggere un oggetto contenente l’anima di Gengis Khan e che possiede il potere di ricreare lo Stato mongolo

Angelo Paratico è un giornalista, scrittore, traduttore, editore. Nato a Turbigo (MI) nel 1955, ha passato la gran parte della sua vita a Hong Kong, visitando tutti i Paesi dell’estremo Oriente. Ha pubblicato libri sia in inglese che in italiano. Rendiconto Giovanile; Un Manuale per Uomini Superiori il Lun Yu di Confucio; Storia di Castano Primo; Gli Assassini del Karma; Black Hole; Ben; Emperor Nero. Son of Promise, Child of Hope; Cinque Secoli di Italiani a Hong Kong e Macao 1513-2013; The Karma Killers; Leonardo Da Vinci. A Chinese Scholar Lost in Renaissance Italy; La Settima Fata; Leonardo Da Vinci. Lo Psicotico figlio di una schiava; The Only Man Dressing for Dinner.

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